Pinocchio: un racconto, una realtà.

 

 

C’è un piccolo mondo dimenticato adagiato tra Firenze, Sesto e Signa, è quello che Nicola Rilli, nel suo delizioso libretto “Pinocchio in casa sua”, immagina come il mondo di Pinocchio. Piccole tracce, ricordi, supposizioni, persone in carne ed ossa, non come il burattino del Collodi, quel Carlo Lorenzini del quale a volte abbiamo un’immagine sbiadita, quasi succube del suo personaggio. Si pensa sempre che il capolavoro tradotto in tutte le lingue del mondo sia frutto di immaginazione e non del mondo reale che circondava il Lorenzini e le persone a lui care. Invece proprio nel libro si trovano quei percorsi unici che fanno di fantasia realtà.

Tutto è ambientato in un preciso ambito geografico e culturale, quella società affacciata sulla “fin de siecle”; piccoli borghi della campagna fuori città, appena turbati dai cambiamenti dell’Unità d’Italia e che con la Firenze capitale, piena di incertezze e cambiamenti non sempre positivi, cercò sempre di avere a che fare il meno possibile.

Erano arrivati i “piemontesi”, prima i militari, poi una masnada di trafficanti, seguiti da quel brulicare di piccoli, medi e grossi funzionari di governo, infine i veri lavoratori, soprattutto pasticceri, albergatori, artisti dell’intrattenimento per la buona società, sarti che portarono la moda dell’Europa, tutti alla ricerca di una villa, una casa, un quartierino, anche solo due stanzucce, sempre con lo sguardo volto alla ricerca di una posizione sociale, dalla quale godere del panorama della città adagiata sull’Arno.

Qui Carlo Lorenzini vagava alla ricerca dei suoi pensieri, spesso di come sbarcare il lunario; viveva forse alla giornata? Non proprio, più che altro viveva in parte alle spalle del fratello Paolo, il quale, grazie alla felice attenzione che avevano posto su di lui i marchesi Ginori, aveva studiato con profitto e si era fatto una posizione nella famosa Manifattura di Doccia, la grande fabbrica di porcellana creata da Carlo Ginori nel 1735.

I due vivevano insieme, o meglio, Carlo viveva con la famiglia del fratello in una bella casa davanti alla Villa Corsini, quella in fondo alla strada che porta alla Petraia, dove andò a vivere con la Bella Rosina il re della nuova Italia, Vittorio Emanuele II. Il Bel Riposo, questo il nome della villa dove si vede in bella mostra una lapide ricordo, è ancora oggi ben conservata sull’incrocio tra via di Castello e via della Petraia.

Ma come nasce Pinocchio? Non certo solo dal pezzo di legno raccolto da Mastro Ciliegia e poi regalato a Geppetto. Intanto, per capirsi meglio, dobbiamo raccontare che al Lorenzini piaceva passeggiare e tra i suoi giornalieri “impegni”vi era quello di intrattenersi con Antonio Segoni, un falegname della zona. Ora, come ci dice il Rilli, questo falegname aveva un soprannome, Mastro Ciliegia e la sua bottega era all’inizio di via della Petraia, sull’angolo con via delle Panche nella zona di Castello. Il curioso soprannome sembra derivasse dall’attitudine al buon vino…

Ecco come tutto ebbe inizio, il Lorenzini passava davanti alla bottega del falegname, si fermava a fare due chiacchiere, poi proseguiva per l’osteria del Tricci, in fondo al viale davanti alla Villa Reale di Castello; qui scambiava qualche altra parola e giocava a carte, oppure arrivava al pallaio del tabacchino, quello dove andava il re, con una passeggiata solitaria, a comprare i suoi sigari preferiti.

Questo era il mondo del Collodi, che forse firmò il romanzo con questo soprannome per non essere riconosciuto; era sempre un racconto per ragazzi, non un articolo per un quotidiano, aveva forse una reputazione da difendere?

E in questo mondo, il mondo di Pinocchio, affiorarono con semplicità descrittiva i modi dire, le persone e i fatti di tutti i giorni, con quel parlar quotidiano delle persone semplici, che fanno di questa lingua toscana una delizia, per usare le parole di Giovan Battisata Giuliani. Alcuni stretti modi di dire, tipici della località dove il Lorenzini viveva, sono stati già identificati e verificati, ma tutto il libro raccoglie lievi tracce di un mondo nascosto, sul confine tra quella società industriale che gravitava intorno alla Ginori e la campagna tipica del contado fiorentino.

Nel testo di Carlo Lorenzini si incontrano tutte quelle storpiature lessicali tipiche del mondo contadino e popolare dell’epoca. Si è addirittura capito che certi termini erano propri della gente che abitava tra Sesto Fiorentino e Castello, quel piccolo mondo collodiano di cui molti si sono dimenticati e che mai è stato valorizzato adeguatamente. Ecco che sfogliando Pinocchio leggiamo “lagrima” al posto di “lacrima”, “incoraggito”, invece di “coraggioso” e via di seguito come potremo curiosamente osservare nel lungo elenco di termini inseriti nel Dizionario di Pinocchio.

Sono questi termini usati nel libro a ricordarci che ci troviamo davanti ad un esempio di tradizioni popolari periferiche trasmesse oralmente e trasformate in letteratura.

E’ noto che il Lorenzini aveva buona dimestichezza con la lingua scritta e parlata; il suo curriculum letterario è vasto e di qualità, inserito nel brillante mondo giornalistico della seconda metà dell’ottocento, pertanto si rimane perplessi sull’uso disinvolto di questa farcitura di termini oggi completamente desueti ma all’epoca modi di dire familiari, soprattutto nel mondo dei bambini, di coloro ai quali doveva essere rivolto il racconto del burattino.

Quindi i termini sono quelli utilizzati nel parlato di tutti i giorni, parole al vento, con tutte le imperfezioni grammaticali che Carlo Lorenzini trasforma in quella morbida forma scritta che è il racconto di Pinocchio, superando tutte le storpiature e le forzature.

Spesso si leggono termini la cui accezione corrente è diversa da quella che ne fa il Lorenzini; con il passare del tempo il significato di certi modi di dire si è perso e molte parole non sono più nel vocabolario di tutti i giorni, per altre l’uso continua ma spesso ne abbiamo completamente dimenticato l’etimologia e l’origine che magari affonda fino all’alba del tempo, inoltre nel libro di Pinocchio, così fortemente popolare, non c’è alcun richiamo al turpiloquio tipico dei “toscanacci”.

Sono un’insieme di mute lettere stampate molte parole cadute nell’oblio solo perché la società, quella nata dall’Unità d’Italia, tendeva, nel tempo, alla ricerca del parlare corretto, spesso senza inflessioni dialettali. Come per la cucina nazionale, leggendo i più importanti classici degli ultimi centocinquanta anni, si assiste a quella trasformazione del lessico che in qualche modo ha purtroppo appiattito le entità locali e dialettali.

Che Carlo Lorenzini si sia basato su quello che era la “Delizia del parlar toscano”, per dirla con il titolo di un libro di Giambattista Giuliani del 1880. Oggi è sempre più difficile trovare quei personaggi che, badando all’orto sotto casa raccontano della vita di tutti i giorni come dei cronisti del trecento, magari analfabeti, ma gran poeti! Di questo forse se ne accorse anche il nostro Lorenzini, se nel 1881, in una lettera aperta al ministro della Pubblica istruzione scrisse: «quest’obbligo in tutti di sapere almeno leggere e scrivere sia veramente un bene o un male? Rispettiamo gli analfabeti!». 

Doppi sensi e significati perduti, come proprio la parola “perduta”, che insiste delicatamente sulla figura fisica di uno dei personaggi di Pinocchio, la Volpe, “perduta da una parte”; quel perdere un qualcosa che mai più ritroverà o ritornerà.

La fine del XIX secolo portò, anche grazie alla quasi completa Unità d’Italia, al grande progresso dell’alfabetizzazione. Il libro Cuore di Edmondo De Amicis, pubblicato nel 1886, sembra l’apoteosi del sistema scolastico dell’epoca e anche in Pinocchio si sottolinea con attenzione l’aspetto dello studio, la necessità dell’istruzione e della scuola come luogo di affermazione personale, soprattutto un luogo che doveva servire a tenere lontani dalle strade e dalle tentazioni i ragazzi.

Come dimenticare i Racconti di Pietro Thouar, un altro fiorentino che come il Lorenzini scrisse in modo anonimo per il pubblico in età scolastica e citato nel Pinocchio per quel lancio di libri in acqua nel XXVII capitolo.

Era del 1877 la legge Coppino che prevedeva l’obbligo scolastico con istruzione elementare da sei a nove anni. L’alfabetizzazione portò alla diffusione di riviste per bambini e ragazzi che spesso sapevano leggere e far di conto meglio dei propri genitori.

Nei capitoli di Pinocchio c’è tutta la storia della lingua italica, dagli etruschi ai longobardi, termini di origine greca e germanica, idiomi di sapore spagnolo e provenzale, il vero specchio della cultura contadina e popolare, quella profonda simbiosi con il territorio, luogo dove per secoli sono stati coniati ed usati termini con una storia a volte inimmaginabile, una storia della parola che trasforma ogni “barbagianni” in un inconsapevole Dante Alighieri. Nell’approfondire la terminologia utilizzata dal Lorenzini ci si accorge come, vocaboli che hanno avuto una vita secolare, utilizzati magari negli scritti del Boccaccio o da altri suoi contemporanei, dopo secoli di uso corrente scompaiono dall’uso comune, spariscono inghiottiti dalla globalizzazione lessicale in pochi anni; in meno di un secolo la Firenze che ha visto uno stuolo di narratori e cronisti storici utilizzare quella letteratura come specchio della gente, scompare.

Ma per Carlo Lorenzini, quale migliore occasione di scrivere un nuovo racconto per ragazzi dopo i Giannettini e Minuzzolo e cosa di meglio se tale racconto era quello in parte raccontatogli da una bambina? Il personaggio di Pinocchio, il burattino, esce dai racconti di un bimba dai capelli d’oro, la nota “Fatina dai capelli turchini”, quella che nell’immaginario di Carlo Lorenzini diventa prima la controfigura di  una sorellina e poi della mamma di Pinocchio. Quasi ad indicare come il tempo sia passato lasciandosi dietro i ricordi, gli affetti più cari, forse il ricordo di una madre a cui Carlo era molto affezionato. Carlo Lorenzini, il nostro Collodi, non è certo un Alessandro Manzoni che venne a “sciacquare i panni in Arno”, intendendo così il voler mendare il suo scritto più noto, i Promessi Sposi, con quel vigore della parlata fiorentina, non quella del popolino, ma quella più pulita che si intendeva essere l’italiano.

Collodi fa del suo romanzo una raccolta di modi di dire, parole storpiate di uso popolano, rabberciamenti e idiomi tipici di quel territorio che non era Firenze, ma la landa ad ovest, quella che da Castello arriva a Sesto Fiorentino, passando per Quinto e Colonnata, dove trovò ispirazione nei fatti e nelle persone di tutti i giorni, vedendo a volte oltre il semplice accadimento o racconto da osteria, leggendo lui stesso nelle persone, come fece per la Fata dai Capelli Turchini, quella bambina identificata da Nicola Rilli, il primo a scavare intensamente nell’idea del Collodi, che forse non si rendeva nemmeno conto di cosa scriveva e tutto, nel suo avvicendarsi quasi tormentato, forse assomiglia ad un’autobiografia o quantomeno ad una serie di momenti persi nell’infanzia, ma non dimenticati.

Il suo frequentare osterie e gli operai della Manifattura Ginori, lo ha portato a concepire un racconto, a puntate, con il quale cercò di entrare nel piccolo mondo della quotidianità, anche ideando un uso ambiguo di parole, per le quali, oggi che sappiamo del grande successo avuto da Pinocchio e le sue innumerevoli traduzioni, ci domandiamo come le traduzioni in decine di idiomi diversi, lingue sconosciute ai più e al suo trasferimento in ideogrammi cinesi o giapponesi, abbiano potuto trasmettere tali parole e la loro magica formulazione fonetica,  quei termini come “aggranchito”, “berlicche”, “pillacchera” e tante altre definizioni che non hanno riscontri in altre lingue.

Il solo uso della parola “a ufo”, oggi entrata nell’uso comune, dimostra la schiettezza del Collodi che scrive un racconto per ragazzi, ma lo indirizza agli adulti, forse un monito, un motivo per riflettere, parole con non sono fini a loro stesse, come quello “zinzino”, quel pochino di cuore.

Un aneddoto per far capire come il verbo fiorentino e quello, a volte leggermente diverso del suo contado fosse considerato “il parlato da prendere in riferimento” lo abbiamo da un fatto accaduto veramente durante un ricevimento ufficiale della Firenze capitale, quando una gran dama arrivata da Torino si rivolse con tutto il suo fascino a un notabile dicendogli: “ma via, non faccia il coglione …” Questo rappresenta l’apice di come ormai la parlata fiorentina era sdoganata, era entrata nei salotti buoni di Firenze capitale, anche se sotto gli sguardi inorriditi dei presenti!

Non è forse vero che per alcuni inglesi, il passeggiare per la città alla ricerca di cultura era anche l’odore di stallatico che usciva dai vari fondi che ospitavano i cavalli, forse gli stessi antri dove alloggiavano i ciuchini del Collodi, quadrupedi sbiaditi e tristi, come i ragazzi persi nel modo che li volle troppo presto adulti, soprattutto con lo sciagurato sventramento dell’antico centro cittadino.

La prima cosa che appare nel racconto è la miseria, forse dedicata proprio quella triste situazione che vide la zona di Sesto Fiorentino attanagliata dalla carestia del 1816 e dalla contingente mancanza di lavoro.  Fu proprio quello il periodo in cui il cuore del marchese Leopoldo Carlo Ginori si aprì nel soccorrere i suoi vicini, facendo realizzare il grande muro di 5500 braccia che sale sul Monte Morello, circondando le sue proprietà alle spalle della villa di Doccia. Fu una iniezione di denaro nelle famiglie locali, ma è proprio sull’uso dei soldi sembra che il Collodi faccia confusione. Ora parla di quattrini, poi soldi, quindi dei famosi zecchini e denari, un vero e proprio tuffo nel passato preunitario, quando la confusione monetaria faceva da padrona. Basta ricordare la monetazione utilizzata nei confini toscani era complicata e distinta da quella degli altri stati dell’italico stivale.

Rusponi, denari, lire, francesconi, fiorini, paoli, quattrini e soldi erano il circolante nel Granducato, con una stratificazione di antiche monete risalenti anche a 200 anni prima, soprattutto per quelle in rame mentre fuori dei suoi confini monete con nomi simili avevano però un potere d’acquisto diverso.

Sembra un altro indizio per capire l’avversità al cambiamento politico o forse per immaginare che la prima stesura di Pinocchio, un racconto educativo per i ragazzi o forse proprio per gli adulti, è stata fatta molti anni prima, quando regnava ancora il granduca, quel bonaccione chiamato da tutti Canapone.

Tutto il racconto è punteggiato da immagini di animali, ognuno con il suo significato e il suo aspetto didattico. Ma sempre bestiario rimane, un vero e proprio circo, uno zoo, una fiera per bestiame dove si trova ogni specie vivente a quattro o due zampe.

Anche qui salta all’occhio come, ogni volta che il Collodi cita quella che potrebbe essere una belva esotica, come lo scimmione gorilla forse visto al seguito di qualche saltimbanco da fiera, o altri più nostrani personaggi da cortile, come cani, colombi, ciuchini e caprette, sempre li introduce con il l’iniziale del nome maiuscolo, volendo loro riconoscere una propria personalità, un nobilitarli, anzi li trasforma in quasi umani. Che siano però gli umani ad essere trasformati in animali?

Nella lettura di Pinocchio emerge un altro aspetto, le ripetizioni. Come il Gatto e la Volpe tendono e ripetere le parole, le frasi, quasi a voler sottolineare la bontà della loro affermazioni nel cercare di convincere il burattino a seguirli al Campo dei Miracoli. Sono frasi inquietanti e degne di ben più famosi film dell’orrore come quel “vuoi venire con noi?”,  quasi una minaccia, al quale Pinocchio non può che rispondere “io vengo con voi”. Un’antica traccia di pressione psicologica da fare sulle persone deboli.

Cosa dire di quel serpente che taglia la strada a Pinocchio? Il burattino non lascia il percorso sul quale si trova per aggirare l’ostacolo, quasi certo che questo non sia possibile, eppure un serpente per grosso e per quanto mostro immaginifico possa essere, si può lasciare alle spalle senza grossi problemi, pochi metri, passare oltre un cespuglio, o un muretto a secco come tanti ce ne sono in campagna, ma invece no, il serpente è un problema e l’unico modo è saltarlo. E’ il fumo che esce dalla coda ha insospettire l’analisi del suo significato. Che rappresenti il treno? Il treno a vapore che tagliava la pianura subito sotto Sesto? Quella strada ferrata che impediva il facile passaggio tra i campi? Potrebbe essere, in fin dei conti nessuna strada, come quella ferrata, poteva tagliare in modo più netto poderi, famiglie e percorsi. Si tratterebbe della Maria Antonia, la linea ferroviaria che da Firenze collega Prato e Pistoia, inaugurata nel 1848 per il primo tratto, nel 1859 si collegò finalmente con la linea lucchese. La sua realizzazione vide un’inevitabile espropriazione forzata dei terreni necessari, cosa che venne vista non molto di buon occhio dai proprietari e fittavoli della pianura ad ovest di Firenze.

 

Un’altra immagine simbolica del burattino ci fa pensare che Pinocchio rappresenti il tormento del Collodi. Congetture; per lui fu solo un’operazione economica, “pagamelo bene” scrisse a Ferdinando Martini, l’editore del “Giornale dei bambini”. Forse lo aveva già abbozzato, forse no, magari era solo un fantasticare nella sua mente, ma il finale sembra il risveglio da un incubo di un ragazzino in carne ed ossa, forse il burattino, per qualche oscura ragione, era proprio il Collodi, al quale in Nuovo Mondo, la nuova Firenze capitale, stava stretta.

 

TESTO DI Giuseppe Garbarino